Ritorniamo a scrivere sul blog dopo lunga assenza dovuta principalmente a tanto lavoro e marginalmente (o forse il contrario) al culo pesante. E lo facciamo parlandovi delle poste.

Le crafter là fuori che ci leggono sanno di cosa parliamo e avranno già provato una piccola fitta di disagio al solo sentirle nominare. Perchè le Poste italiane sono uno strano luogo. Uno spazio tempo separato dal resto del mondo. Chi vi entra sa che deve essere pronto a qualsiasi cosa. Chi entra sa che ne uscirà cambiato.

Se volessi farmi davvero del male potrei mettermi qui a fare un conticino per valutare quanto tempo io e Luisa passiamo in posta (si ci andiamo in coppia perchè credo nessuna delle due si senta di condannare l’altra ad una visita in solitaria) e sicuramente ne uscirebbe un numero di ore straordinario che mi metterebbe davvero paura. Quindi evito, preferendo sognare ancora una volta il momento magico in cui potremo pagare qualcuno per andarci al posto nostro, o meglio ancora, quando avremo un intero reparto dedicato alle spedizioni che funzionerà da solo sotto il nostro benevolo sguardo. Dai, l’ottimismo prima di tutto.

Come dicevamo prima, entrare alle poste vuol dire lasciare la nostra dimensione per varcarne un’altra. Il tempo al suo interno scorre più lentamente e le emozioni vostre e dei vostri compagni di viaggio ne vengono influenzate e amplificate. Ci siete voi, là fuori in coda magari con i vostri numeri, magari no. E poi ci sono LORO aldilà dei vetri, i sacri custodi: gli impiegati. Loro hanno vissuto così a lungo all’interno di quello spazio tempo da aver sviluppato una sorta di corazza di indifferenza. Si muovono ad un ritmo di lentezza aliena, comunicano tra di loro cordialmente a mille sportelli di distanza, collaborano in branchi per aggiustare stampanti, per cambiare nastri di inchiostro e sbloccare sistemi. Si beano del loro non sapere la differenza tra una prioritaria o un’ordinaria. Sorridono mentre vi chiedono cosa devono farci con quel codice. Mentre dall’altra parte del vetro il disagio dilaga.

Il Disagio è la divinità che presiede le poste. Serpeggia incontrastato tra le file. Si nutre delle emozioni dei visitatori. Si muove tra i borbottii, si scaglia contro le schiene guidato da occhiate d’odio. E’ un’energia elettrica quasi palpabile. Se ne rimanete immersi per più di un certo numero di minuti sentirete qualcosa dentro di voi avvizzire.
Le prime vittime del disagio sono gli uomini. Quando la situazione si fa davvero dura sono i primi a lasciare il campo. Li vedete fuggire uno ad uno, abbandonando le postazioni duramente guadagnate con esclamazioni più o meno violente. Loro e le loro bollette se ne vanno sbattendo la porta mentre voi mormorate “uno di meno”. Le donne invece sono più resistenti. Si guardano tra di loro sgranando gli occhi, scuotendo la testa quasi divertite; e perseverano. Perchè quando davanti a voi qualcuno sta facendo operazioni da un’ ora e ancora ha il coraggio di dire “mi stamperebbe anche l’estratto conto già che ci siamo”… bè, quel qualcuno ha del coraggio da vendere.

Quel coraggio che a me manca quando mi presento allo sportello spedizioni con una decina di pacchetti. Mi sento come una ladra. Vorrei voltarmi e chiedere perdono a tutti quelli in fila dietro di me. Far passare davanti gli anziani, le donne incinte, i bambini, i papà che devono correre a ritirare i figli a scuola. Ma far passare davanti tutti non si può, è una questione di sopravvivenza. E così si sta impettiti allo sportello, mentre la commessa trova qualsiasi modo possibile per metterci il maggior tempo possibile e tu vorresti offrirti di incollare, pesare, timbrare al posto suo. Farle un grafico su come ottimizzare i tempi. In fondo sai meglio di lei le tariffe, i tempi, i formati. E intanto i borbottii e gli sguardi d’odio dietro di te ti scavano un solco nella schiena. La posta è una palestra d’indifferenza, dove gli avversari più temibili sono gli anziani che provano a rubarti il posto e le giovani coppie che invocano libretti e buoni fruttiferi. O quelli che osano prelevare più di 100 euro senza averli prenotati!

La rissa in fondo è sempre dietro l’angolo. Quando voi allegramente scivolate allo sportello delle spedizioni accaparrandovi la dovuta precedenza e abbattendo le speranze di tutti gli altri, lo scoppio di proteste è in agguato. A volte rimane solo borbottato a volte, quando qualcuno osa alzare un poco la voce, si propaga a macchia d’olio e diventa un match di urla. A cui si uniscono anche gli impiegati attutiti dai vetri. Se siete ai margini ad osservare può essere quasi divertente. Se invece ne siete la fonte… auguri.

Alle poste potete comprare pentole, biciclette, fruttificare, telefonare, postificare, assicurare. Potete mettere radici. Potete perdere il buon umore. Potete scoprire di essere degli stronzi quando spintonate un vecchietto che sta entrando prima di voi o di essere dei santi quando ancora trovate la forza di sorridere alla commessa che dopo tre anni che vi vede, ancora vi chiede se volete una prioritaria o un’ordinaria.

Le poste sono un’avventura straordinaria. Evitatevela.

DISCLAIMER: le nostre commesse sanno che le amiamo. E noi sappiamo che anche loro sono solo delle vittime.

LALLA

IMG_7094